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29 /01/23 Fantascienza e dintorni – Parte due

Ciao amici,

continua il nostro viaggio nella fantascienza, parlando di film cult e dei libri che li hanno ispirati e hanno ispirato.

Insieme a Massimo Valentini, lui stesso autore di un libro di fantascienza “Il sogno di Nova”, esploreremo gli errori del film “2001 Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick, (1968) e scopriremo delle curiosità che in pochi conoscono.

“2001 Odissea nello Spazio” è da sempre considerato uno dei capolavori del cinema fantascientifico di tutti i tempi. Scritto nel 1968 da Stanley Kubrik, praticamente in contemporanea all’omonimo romanzo di A.C. Clarke. Il film ebbe anche un seguito nel 1984 diretto da Peter Hyams. Quest’ultimo, dal punto di vista artistico, non può però essere al pari del film di Stanley Kubrik.

Trama: La scoperta di uno strano “monolite” sulla superficie lunare in qualche modo collegato con Giove spinge i governi terrestri a organizzare una missione esplorativa. La “Discovery”, la nave che porterà un equipaggio composto da membri selezionatissimi nello spazio, parete quindi alla volta del gigante gassoso gestita da un perfezionatissimo computer di bordo dotato di consapevolezza.       

“2001 Odissea nello spazio” è uno dei pochi film che non mostra, giustamente, effetti sonori delle astronavi, ma trattandosi di una pellicola che più di ogni altra ha fatto storia, mi sembra giusto sottolinearne anche i pregi. Per esempio, la stazione spaziale rotante e lo spazioplano Orion III furono ovvie prove dell’attenzione posta da Kubrick alla verosimiglianza scientifica. Già all’epoca delle missioni Apollo si studiavano infatti veicoli riutilizzabili (studi che avrebbero portato allo Space Shuttle) e si pensava che stazioni orbitanti rotanti e veicoli come Orion III fossero il domani dell’esplorazione spaziale. Lo stesso HAL fu il frutto di una chiacchierata del regista con Marvin Minsky, scienziato considerato “il padre dell’Intelligenza Artificiale”. Minsky era davvero persuaso che per gli anni duemila sarebbero stati prodotti computer senzienti e quindi possiamo ipotizzare che, se avesse detto una data diversa, sarebbe diverso anche il titolo del capolavoro in oggetto. Nel vuoto, come sappiamo, il suono non può viaggiare e quindi le astronavi dovrebbero essere silenziose ma questo leverebbe “impatto scenico” alle scene. La scelta furba di Kubrick sottolineava invece l’eleganza delle manovre delle navi e, immagino, lo stato dell’arte della tecnologia aerospaziale immaginata dal regista, con della musica classica. Una scelta davvero raffinata. 

Dopo gli elogi passiamo agli errori

Errore 1 – Nelle sequenze iniziali, una scimmia ha in mano una tibia, però poi lancia un femore.

Errore 2 – Sempre nel prologo (eggià, “2001” sembra quasi la versione cinematografica di un libro) vediamo che nel pleistocene africano uno degli erbivori che osserviamo è un tapiro. Ma questa specie non si è mai spinta in Africa. Nell’omonimo romanzo di Clarke la preda della prima caccia umana è un facocero, cosa questa esatta dal punto di vista scientifico.

Errore 3 – La sequenza iniziale che mostra l’allineamento tra Luna, Terra e Sole, si vede quest’ultimo che sorge sulla sommità (per l’osservatore) del pianeta, mentre sulla Terra si vede già una “falce” illuminata dall’astro, ma ciò è possibile, proprio perché il Sole sta sorgendo sopra al disco della Terra e non può illuminare il pianeta anche dietro, come invece è mostrato dalla pellicola.

Errore 4 – Al contrario della Nostromo di “Alien”, la Discovery è nuova di pacca. Va bene, è plausibile in quanto la nave è stata costruita appositamente per quella missione, ma non è plausibile che tutte le altre navi mostrate dal film, ivi compresa la stazione orbitante, non presentino neanche una macchia dei rivestimenti.

Errore 5 – Il modulo lunare Aries 1B, dalla forma sferica e con la cabina di comando posta in alto e rovesciata rispetto al settore passeggeri dove si rilassa il dr. Floyd, e atterra (ma dovremmo dire “alluna”) a Base Clavius su quattro zampe. Non è allora possibile per i piloti vedere la base sottostante negli oblò come appare nel film, visto che NON si tratta di schermi. Nella scena che mostra il dr Floyd dormire col braccio fluttuante nello spazioplano vediamo una hostess recuperare la penna dell’illustre passeggero. La donna indossa, come furbescamente mostrato da Kubrick per sottolineare la precisione della pellicola allo spettatore, delle “grip shoes” ma proprio durante quella scena la donna inciampa il ché è errato perché la dinamica mostrata dalla sequenza si accorderebbe meglio con la gravità e non con l’assenza di essa! Un errore superficiale: strano che Kubrick non se ne sia accorto.

Errore 6 – Quando HAL gioca a scacchi con uno dei membri dell’equipaggio sbaglia clamorosamente mossa. Davvero strano per un computer che aveva asserito di essere “a prova di errore”. A meno che Kubrick non avesse voluto dare allo spettatore un indizio dell’inefficienza di HAL.

Errore 7 – La famosa scena che vede Bowman far detonare il portello esplosivo della capsula per entrare nella DISCOVERY va bene per lo stratagemma immaginato: con i bracci meccanici della capsula apre un portello d’emergenza e poiché non indossa il casco, lasciato nella nave, crea un’esplosione di ossigeno che lo proietta nell’astronave nel più assoluto silenzio dovuto alla mancanza di propagazione d’onde sonore. Però la capsula è fuori dalla nave madre, senza alcun collegamento poiché Bowman per uscirvi l’ha fatta ruotare su sé stessa, quindi avrebbe dovuto essere proiettata in senso opposto dall’esplosione.

Errore 8 – La sequenza mostra anche del fumo il portello divelto della capsula “sparisce” quando invece sarebbe stato potenzialmente mortale per Bowman, rimbalzando senza atmosfera nell’ambiente.

Errore 9 – È il non aver tenuto che nello spazio la temperatura è sui -130° C cosa che causerebbe un congelamento immediato di tutti i tessuti viventi esposti al vuoto.

Errore 10 – Spesso nei film di Fantascienza, anche in “2001”, le porte sono scorrevoli. Nella realtà è impossibile realizzare una perfetta tenuta stagna con una porta scorrevole e anche se fosse possibile l’usura delle guarnizioni manderebbe la sigillatura a farsi benedire. TUTTE le porte che devono assicurare una perfetta tenuta stagna sulla Terra tipo camere iperbariche o anche semplici celle frigorifere non sono MAI scorrevoli, ma SEMPRE a battente. Nello spazio, quindi, dovrebbero essere a battente anch’esse.

Errore 11 – La scoperta del monolite sulla Luna. Con una gravità così bassa gli astronauti non avrebbero potuto camminare come mostrato dal film ma a balzi. Esattamente come Buzz Aldrin e compagni.

Naturalmente il fatto che “2001 Odissea nello spazio” e ” Alien”, di cui abbiamo parlato nel precedente articolo, presentino errori non ne inficia il valore ludico o storico. Però andare a caccia di errori è divertente e, forse, anche un modo per apprezzarli meglio.

Massimo Valentini.

Curiosità

Come già detto sopra il film “2001: Odissea nello spazio” è stato diretto da Stanley Kubrick e scritto da lui stesso e Arthur C. Clarke. Il romanzo “2001: Odissea nello spazio” è stato scritto da Arthur C. Clarke e pubblicato nel 1968, lo stesso anno in cui il film è stato distribuito nelle sale cinematografiche. In realtà, il romanzo e il film sono stati sviluppati contemporaneamente, con Clarke e Kubrick che lavoravano insieme alla sceneggiatura del film e alla stesura del romanzo . Quindi, possiamo dire che il film si ispira al romanzo e viceversa.

  1. Gli anni in cui Kubrick lavorava al film erano quelli della corsa allo spazio. Nel 1969, l’Apollo 11 sbarcò sulla Luna. Kubrick era talmente ossessionato da questa cosa da ingaggiare una vera lotta contro il tempo per battere la NASA. Temeva che se ci fosse stato uno sbarco prima dell’uscita del film, il suo “2001: Odissea nello spazio” sarebbe risultato obsoleto .
  2. Dopo aver visto il film, Federico Fellini scrisse un telegramma a Kubrick nel quale scrisse: “Caro Stanley, ho visto ieri il tuo film e ho bisogno di comunicarti la mia emozione e il mio entusiasmo”. Pare che anche John Lennon fosse un grande fan del film, tanto da vederlo una volta alla settimana .
  3. I Pink Floyd avrebbero dovuto collaborare alla colonna sonora del film, ma a causa di altri impegni dovettero declinare. Tuttavia, il brano “Echoes” (1971) è perfettamente sincronizzato alla sequenza dell’avvicinamento a Giove e dell’Ultimate Trip.
  4. Il pianeta al centro del film di Stanley Kubrick sarebbe dovuto essere Saturno, e non Giove come poi è effettivamente stato. Perché il cambio di rotta? Perché il team addetto agli effetti speciali riuscì a convincere il regista che, con la tecnologia dell’epoca, sarebbe stato impossibile realizzare in maniera convincente gli anelli attorno a Saturno.
  5. La musica iniziale del film “2001: Odissea nello spazio” è “Così parlò Zarathustra” di Richard Strauss . Questo brano è stato scelto da Stanley Kubrick come brano provvisorio per il film, ma alla fine è stato mantenuto nella colonna sonora definitiva

Spero che l’articolo sia stato di vostro gradimento.

La vostra blogger Lucia

Alcune immagini e curiosità sono prese da internet e costituite da materiale largamente diffuso. Qualora il loro uso fosse soggetto a diritto d’autore, provvederò alla loro pronta rimozione in seguito alla segnalazione via email. La cover della rubrica è realizzata con Image Creator e Canva.

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19/11/2023 Recensione “Sangue Inquieto – Un’indagine di Cormoran Strike” di Robert Galbraith

Editore ‏ : ‎ Salani; 2° edizione (25 febbraio 2021)
Copertina rigida ‏ : ‎ 1104 pagine
Costo ebook: 15,90
Costo audiolibro: 9,99 euro
Costo cartaceo 24,90 euro

TRAMA
Il nuovo caso arriva nelle mani di Cormoran Strike in una buia serata d’agosto, davanti al mare della Cornovaglia, mentre è fuori servizio e sta cercando una scusa per telefonare a Robin, la sua socia. In quel momento tutto desidera tranne che parlare con una sconosciuta che gli chiede di indagare sulla scomparsa della madre, Margot Bamborough, avvenuta per giunta quarant’anni prima. Un cold case più complesso del previsto, con un serial killer tra i piedi e un’indagine della polizia a suo tempo molto controversa, fra predizioni dei tarocchi, testimoni sfuggenti e piste oscuramente intrecciate. Galbraith ritorna con un nuovo, magnetico capitolo della storia di Robin e Strike, una delle coppie di investigatori più amate di sempre.

Foto Instagram

La mia opinione

“Sangue inquieto” è il quinto capitolo della serie di “Un’indagine di Cormoran Strike” di Robert Galbraith, pseudonimo della famosa scrittrice J.K. Rowling.

Questo quinto volume, lungo più di 1000 pagine, vede i due protagonisti Cormoran Strike e Robin impegnati in un cold case. Sono passati, infatti, più di quarant’anni da quando una giovane dottoressa, Margot Bamborough, è scomparsa e la figlia, Anna Phipps, allora bambina, vuole capire cosa sia accaduto alla madre.

Lo stesso titolo “Sangue inquieto”  cattura l’essenza del romanzo: un’indagine complessa, segreti sepolti, angoscia e una tensione palpabile che tiene il lettore incollato alle pagine.

Robert Galbraith ci porterà indietro nel tempo, insieme ai due investigatori privati a cui è stato affidato l’incarico di ritrovare Margot, viva o morta, ma con il limite di tempo di 12 mesi.

Cormoran Strike, reduce di guerra con una protesi alla gamba, non può fare a meno della sua pinta di birra e delle sue sigarette. Robin, socia dell’agenzia investigativa, è alle prese con un divorzio difficile e doloroso. Insieme, dovranno ricostruire la vita della dottoressa scomparsa vicino allo studio medico dove lavorava, non senza affrontare alcune difficoltà.

Un caso complesso che vede molte persone coinvolte, tra cui un serial killer di nome Dennis Creed. Si tratta di un individuo sadico, stupratore e narcisista che sembra essere coinvolto non solo nella scomparsa di Margot, ma anche in quella di una adolescente di nome Louise Tucker.

Sono tanti gli indiziati e in aiuto di Strike e Robin verranno fuori le prove raccolte dai precedenti investigatori, in particolare di Talbot. Quest’ultimo, ormai morto, ma che durante il caso, era stato preda di allucinazioni a carattere esoterico e per questo rimosso dal caso, lascia degli appunti, ricchi di simboli, tarocchi, ma che in qualche modo aiutano a mettere in luce aspetti del caso che sembravano ormai insabbiati.

Oltre al caso di Margot, l’agenzia investigativa ormai nota per la risoluzione di casi difficili, ha altri lavori da portare avanti e lo fa con l’aiuto di altri dipendenti. Robin, nonostante sia la socia di Strike, proprio perché donna, sarà sempre guardata dall’alto in basso sia da chi lavora sotto le sue dipendenze, sia da chi le affida il lavoro.

Un tema, quello della condizione della donna, che viene messo in luce diverse volte nella storia, anche guardando al caso di Margot, giovane dottoressa ed ex coniglietta di Playboy, guardata con invidia dalle altre donne e con sufficienza dagli uomini dottori, che dovrebbero essere suoi pari.

Insieme al tema della condizione della donna, la violenza di genere, c’è il dolore di Strike per la malattia terminale della zia che l’ha cresciuto come un figlio. I rapporti umani sono molto approfonditi e le emozioni dei protagonisti vengono portate fuori, coinvolgendo molto il lettore.

Le mie copie cartacee

In “Sangue Inquieto”, si parla di emozioni e, in particolare, di sentimenti. Viene finalmente dato tanto spazio al rapporto tra Robin e Strike, con momenti intensi che chiariscono molte cose che fino ad ora erano state messe da parte. Ho amato questi momenti e amo questi due protagonisti con tutti i loro difetti e il loro carattere forte. Robin è una ragazza brillante, forse un po’ troppo chiusa e a volte spaventata dalla vita, ma riesce a tirare fuori al momento giusto tutta la sua forza e il suo coraggio.

Che dire di Strike, sempre imbronciato, ma con un cuore grande, che tira dritto per la sua strada senza mai guardarsi indietro, nonostante Charlotte, la sua ex, sia sempre pronta a mettere in discussione tutto.

Per quanto riguarda il finale, quest’ultimo mi ha spiazzato: non ci sarei mai arrivata. Credo che Robert Galbraith lo abbia fatto di proposito con la sua tecnica di narrazione complessa e tutti quei personaggi messi lì ad essere esaminati.

Traendo le conclusioni di questo lunghissimo romanzo, a volte troppo prolisso, ma con una scrittura che non annoia, posso dire che ho amato tantissimo le parti in cui sono coinvolti in prima persone Strike e Robin, la soluzione del caso e le ultime pagine di questo quinto capitolo.

Non vedo l’ora di leggere il seguito. Vedrò di farmi questo auto-regalo per il mio compleanno, che ormai è vicino. Non posso aspettare oltre. Entro l’anno voglio iniziare a leggere il seguito. Mi mancano già Robin e Strike.

Consiglio questo romanzo a chi ha già letto i precedenti della saga e di iniziarla se amate i gialli.

Il mio voto è

5 pinguini lettori.

Di seguito lascio, in ordine di pubblicazione, i titoli dei libri della serie, la trama e la cover del primo volume di “Un’indagine di Cormoran Strike”.

La serie di Cormoran Strike

Volume 1 – Il richiamo del cuculo. Un’indagine di Cormoran Strike

Volume 2 – Il baco da seta. Un’indagine di Cormoran Strike

Volume 3 – La via del male. Un’indagine di Cormoran Strike

Volume 4 – Bianco letale. Un’indagine di Cormoran Strike

Volume 5 – Sangue inquieto.  Un’indagine di Cormoran Strike

Volume 6 – Un cuore nero inchiostro.  Un’indagine di Cormoran Strike

TRAMA: È notte fonda quando Lula Landry, leggendaria e capricciosa top model, precipita dal balcone del suo lussuoso attico a Mayfair sul marciapiede innevato. La polizia archivia il caso come suicidio, ma il fratello della modella non può crederci. Decide di affidarsi a un investigatore privato e un caso del destino lo conduce all’ufficio di Cormoran Strike. Veterano della guerra in Afghanistan, dove ha perso una gamba, Strike riesce a malapena a guadagnarsi da vivere come detective. Per lui, scaricato dalla fidanzata e senza più un tetto, questo nuovo caso significa sopravvivenza, qualche debito in meno, la mente occupata. Ci si butta a capofitto, ma indizio dopo indizio, la verità si svela a caro prezzo in tutta la sua terribile portata e lo trascina sempre più a fondo nel mondo scintillante e spietato della vittima, sempre più vicino al pericolo che l’ha schiacciata…Un page turner dalla scrittura forte e la trama perfetta; è facile perdersi nelle sue pagine, tenuti per mano da personaggi che si stagliano con sorprendente nettezza e originalità.

A presto,

la vostra blogger Lucia.

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09/11/2023 Fantascienza e dintorni

Ciao amici,

chi mi segue sa che la fantascienza è il mio genere preferito, sia se parliamo di libri sia che parliamo di film. Se un giorno dovessi scrivere un romanzo, lo scriverei di fantascienza.

So anche che a molti non piace la fantascienza, ma si sa ognuno ha i suoi gusti. In questo articolo e i successivi, che non appartengono allo stato attuale a nessuna delle mie rubriche, parleremo di fantascienza, in particolare di alcuni dei film che hanno fatto la storia del cinema e degli errori che li caratterizzano, oltre ad alcune curiosità.

Molti film di fantascienza si ispirano ai romanzi, ma ahimè i film che tratteremo oggi, non si ispirano ad un libro in particolare, ma prendono spunto da tanto materiale di scrittura.

Prima di lasciarvi in buone mani, vi dico che questo articolo è nato dall’idea del mio amico scrittore e divulgatore Massimo Valentini che da alcuni anni collabora assiduamente con il mio blog. Vi consiglio di seguirlo e, se vi piace la fantascienza, di leggere il suo ultimo libro “Il sogno di Nova”.

Aspetto, come sempre i vostri commenti.

Quante volte abbiamo sentito parlare di classici della Fantascienza come “Alien”, di Ridley Scott, e “2001 Odissea nello spazio” di Kubrick? Sono usualmente ricordati come capisaldi del proprio genere, per molti aspetti insuperati da quelli odierni. Eppure anch’essi celano diversi errori dì verosimiglianza che forse non tutti conoscono. Nell’articolo di oggi parleremo precisamente di “Alien”
Vediamo…

ALIEN” di Ridley Scott, 1979

Sigourney Weaver in una sequenza di “Alien”

Trama: Anno 2122, una nave da carico interstellare, la “Nostromo”, atterra su un pianeta sconosciuto per indagare su uno strano segnale di origine sconosciuta che si rivelerà emesso da una nave aliena con tanto di “uova”. Una di queste contamina un membro dell’equipaggio, Kane, che morirà a causa dell’embrione. Da quel momento in poi il film è la narrazione della lotta tra i membri dell’equipaggio superstiti e la creatura.

“Alien” è uno dei pochi film di fantascienza a mostrare navi dall’aspetto vissuto: pannelli sporchi e usurati dall’uso, attrezzature arrugginite e sporche di grasso, ecc. Questo regalò verosimiglianza all’ambientazione della pellicola che in tal senso fu una delle prime del suo genere in quanto molti film di fantascienza mostravano astronavi impeccabili. Peccato però che anche “Alien” mostri così tante défaillances sull’aspetto scientifico/storico.
Tanto per cominciare…


Errore 1 – Come ha fatto la Compagnia a rilevare il segnale emesso dalla nave aliena PRIMA delle vicende narrate nel film? (visto che i boss della Weiland Yutani hanno perfino mandato un robot per assicurarsi che un esemplare alieno giungesse sano e salvo sulla Terra). Una falla logica superficiale in quanto sarebbe bastato “far scoprire” alla protagonista del film, Ripley, che il segnale era già noto grazie, forse, a una precedente nave dalla stessa compagnia.

Errore 2 – È poi improbabile che nel 2122 esistano ancora riviste “erotiche” cartacee, come quelle che si vedono, nel più puro stile “anni Ottanta”, alle pareti della nave durante la scena in cui Ash (interpretato dal bravissimo Ian Holm) tenta di soffocare Ripley con una di quelle riviste.

Errore 3 – Ma come, esistono navi interstellari e la tecnologia non ha prodotto nulla di meglio dei tubi al neon per illuminare gli ambienti? Sull’elettronica della Nostromo non dico nulla: anche quella figlia degli anni Ottanta (schermi monocromatici verdi, tastiere identiche a quelli “terrestri”, computer centrale abbastanza demodé) ma era probabilmente il meglio al quale potessero pensare gli sceneggiatori dell’epoca. Spiace però come nei suoi seguiti, parlo di “Alien Covenant” in poi, ambientati PRIMA di Alien, la tecnologia di bordo sia più avanzata e in linea con gli standard degli anni 2000: non si fa così, signor Scott! Al limite doveva presentare la stessa tecnologia, se non più datata!

Errore 4 – Nella scena che vede Ripley (Sigourney Weaver) usare il rilevatore di “micro spostamenti della densità dell’aria”, in pratica un radar a onde millimetriche a corta portata, afferma che ci sono tracce nella stanza a fianco. Peccato che però la porta della stanza sia chiusa ermeticamente: come ha fatto l’apparecchio a captare gli spostamenti?

Errore 5- Durante il tentativo di rimuovere il facehugger dal viso di Kane, Ash incide uno dei tentacoli che avvolgono il capo del secondo ufficiale di bordo. Ne esce un liquido corrosivo in grado di corrodere ben due ponti della Nostromo. Ma perché NON ha corroso il viso di Kane? Inoltre, se l’acido molecolare dell’alieno è così potente come mai, nella scena finale che vede Ripley sparare un arpione all’alieno per scagliarlo fuori dalla capsula di salvataggio

Errore 6- il metallo NON è corroso dal sangue della creatura?

Errore 7- Non dico nulla sul lavoro dell’artista H. R. Giger al quale si devono il design della creatura e del relitto della nave trovata sul pianeta, ma è improbabile che una creatura aliena mostri la stessa struttura corporea bipede degli esseri umani. Va bene, l’alieno è mostruoso ma di base si muove come una persona. Esigenze sceniche a parte (era chiaramente una persona che indossava un costume anche perché la CGI, beati gli anni Ottanta, non era così comune) scientificamente non è molto verosimile. Durante la scena del decollo dal pianeta

Errore 8- Ripley fa giustamente notare al capitano Dallas che “non c’è energia su due ponti e il generatore di riserva è andato”. Dallas se ne infischia e ordina ugualmente il decollo nonostante non ci siano rischi per la sicurezza della nave sulla superficie del pianeta. Una nave spaziale non è un giocattolino: se ha avarie a bordo PRIMA il capitano le fa riparare e POI ordina il decollo e per due ottime ragioni: la prima è la sicurezza della nave e la seconda la sua responsabilità di mettere a repentaglio vite e nave di fronte alla Legge.

Errore 9- Nella versione italiana il navigatore di bordo, Lambert, legge sugli strumenti di bordo la posizione della nave e afferma: “Siamo nel sistema della stella zheta 2 SUL reticolo”. Peccato che il “reticolo” sia però una costellazione (più o meno a 40 anni luce dalla Terra) e zheta 2 una delle sue due stelle. Non penso sia un errore degli sceneggiatori del film ma del doppiaggio italiano. In inglese si dice comunque ON, ed è quindi facile pensare che i doppiatori italiani non fossero molto ferrati in Astronomia!

Nave “Nostromo” dal film Alien

Errore 10- Come già detto la Nostromo è un cargo interstellare. La sua struttura, però, non è compatibile con gli atterraggi su pianeti dotati di atmosfera come quello mostrato nel film. Possiamo pensare che navi del genere siano in realtà assemblate in orbita e non vedano praticamente le superfici dei pianeti non disponendo di ali o altre superficie atte a fornire loro un minimo di portanza ma di tale dettaglio, nel film, non si dice mai niente.

Errore 11- Sempre nella scena dell’atterraggio i due meccanici di bordo hanno il loro da fare per riparare la nave. Ma nessuno di loro esce all’esterno per farlo. Vero è che Dallas sa che lo scafo NON è incrinato, ma nella sequenza dell’atterraggio vediamo una delle “zampe meccaniche” della nave poggiare in bilico su una roccia. Se qualcosa fosse stata riparare, perché non all’esterno?

Massimo Valentini

Equipaggio della Nostromo – Film “Alien” 1979

Curiosità

Alien, il film di fantascienza diretto da Ridley Scott nel 1979, non è ispirato direttamente a un libro, ma ha avuto diverse influenze letterarie. Alcune delle fonti di ispirazione sono state:

  • Il racconto “Chi va là?” di John W. Campbell, che narra di una spedizione scientifica in Antartide che scopre un’entità aliena in grado di assumere le sembianze di qualsiasi essere vivente 1.
  • Il romanzo “La morte della Terra” di J.-H. Rosny aîné, che descrive una razza di creature simili a funghi che si nutrono di minerali e distruggono la vita sul pianeta.
  • Il romanzo “La sfera del buio” di A. E. van Vogt, che racconta di una nave spaziale infestata da un mostro invisibile che uccide i membri dell’equipaggio uno a uno.
  • Il romanzo “La guerra dei mondi” di H. G. Wells, che presenta una specie aliena ostile e superiore che invade la Terra con dei giganteschi tripodi. 
  • Il titolo originale del film era Star Beast, ma fu cambiato in Alien perché era più semplice e suggestivo.
  • Il film vinse l’Oscar per i migliori effetti speciali nel 1980 e fu candidato anche per la migliore scenografia.

Spero che l’articolo sia stato di vostro gradimento, nella prossima puntata parleremo di un altro film cult “2001 Odissea nello spazio” di Kubrick.

La vostra blogger Lucia

Alcune immagini sono prese da internet e costituite da materiale largamente diffuso. Qualora il loro uso fosse soggetto a diritto d’autore, provvederò alla loro pronta rimozione in seguito alla segnalazione via email. La cover della rubrica è realizzata con Image Creator e Canva.

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25/10/2023 Cover Reveal ” Saga della Corona delle Rose V” di Gianluca Villano

Ciao amici lettori,

oggi mi rivolgo soprattutto agli amanti del fantasy e dei giochi di ruolo.
A breve uscirà l’ultimo capitolo della “Saga della Corona delle Rose” di Gianluca Villano che da anni seguo per la sua passione per i giochi di ruolo, in particolare per Dungeons & Dragons, e per l’entusiasmo che mette nella scrittura e nella creazione di ambientazione fantastiche.

Ho il piacere e l’onore di mostrarvi in anteprima la cover, realizzata da Andrea Tentori Montalto, e il prologo de “L’equilibrio dei tre Regni” Capitolo V della “Saga della Corona delle Rose”.

L’armonia degli Elementi su Arbor è prossima al collasso, il Primo Giorno d’Inverno decreterà la fine della razza umana e Logren, l’unico che può ristabilire l’equilibrio dei Tre Regni, si trova nella Cripta delle Anime esiliate, che è soltanto una delle innumerevoli prigioni che lo separano dallo scontro finale con l’Haorian, il semi-dio.

Prologo

“Logren…”.

Lo aveva visto precipitare insieme a Elmerhel, avvinghiati, ma prima di provare a raggiungerlo, era stata sopraffatta da una forza invisibile, che le aveva fatto perdere i sensi; la stessa che poi aveva travolto anche Elsheen, il Drago Guardiano d’Oro.

Quando si era risvegliata, accanto a lei aveva trovato Naack, il Mistico dalla Testa di Gufo e senza proferir parola le aveva indicato, nel cielo, il punto dove Miitha, il Drago Guardiano d’Argento, avvolto da una nube nera e opaca, stava cadendo.

«Vado a cercare Logren» le aveva detto in seguito, abbandonandola a se stessa.

E aveva corso tra gli alberi radi di un leggero pendio, per parecchio tempo, nella fitta boscaglia, prima d’imbattersi in Kelen, l’Eremita, librato in volo, in sembianze di falco.

«Procedi dritta, verso quel faggeto» le aveva detto, dopo essere tornato umano, continuando a correre verso una direzione ignota. «Ma stai attenta a Kalhaud!» aveva aggiunto, scomparendo alla sua vista.

“Stai attenta a Kalhaud…” e avrebbe scoperto molto presto cosa avesse voluto dire, con quell’avvertimento.

Seguendo l’indicazione dell’Eremita aveva raggiunto una spianata con faggi schiacciati al suolo e aveva subito riconosciuto il punto dov’era caduto Miitha.

Nel cielo aveva visto stormi di draghi neri volare in perlustrazione, senza mai avvicinarsi troppo alle cime degli alberi e si era precipitata verso il Taumaturgo ma non si era potuta avvicinare, avvolto com’era da una nube nera e impenetrabile, che proiettava flussi e getti in tutte le direzioni; aveva provato poi a evocare le sue creature di luce, sperando di liberarlo ma senza successo.

«State lontani da lui!» aveva udito appena, in lontananza, riconoscendo la voce del giovane Holdan, seppure diversa, gutturale, forse perfino disumana.

Aveva provato a individuarlo ma non aveva capito neanche da quale punto di quel mondo selvaggio provenisse la sua esortazione disperata.

C’erano troppe ombre intorno a lei e non soltanto per via degli alti fusti e dei draghi: il cielo doveva essere coperto di nubi.

Si era chiesta dove si trovassero gli altri, aveva sperato che Logren apparisse all’improvviso insieme a Elmerhel e Naack, invece aveva percepito solo diversi tonfi distanti e all’improvviso la nube che attanagliava il Druido dei Draghi si era sollevata dal suo corpo, addensandosi in una sfera opaca, per poi allontanarsi velocemente.

Temendo che gli avesse provocato danni fatali, si era lanciata di nuovo verso Miitha, disteso a terra e in quell’istante aveva visto sopraggiungere Angrell, dopo essere sbucato dalla sommità di un avvallamento.

Da lui aveva appreso che l’Haorian si stava avvicinando, che Kelen era andato in soccorso del suo Drago Guardiano e che numerosi Invocatori stavano avanzando con i loro Divoratori.

Cosa era successo alla compagnia partita dal Monte Torre? Se lo era chiesto costantemente e aveva perfino provato a darsi una spiegazione plausibile: Logren aveva visto la pattuglia dei Cavalieri di Smeraldo di Hemnasur orrendamente sfigurata, come se i loro corpi fossero stati scarnificati dai soffi d’acido dei draghi neri, ma forse aveva visto ciò che sarebbe successo a tutti loro.

L’unico che avrebbe potuto illuminarla e rassicurarla, in quel momento così drammatico, sarebbe stato Miitha, ma tendendo le mani verso di lui non aveva percepito alcuna forza vitale.

“Possibile che sia morto?” si era detta, mentre l’ansia cresceva e aveva scosso la testa, sconvolta alla sola possibilità che potesse aver ragione, poi aveva pensato a Logren, intensamente, travolta da un terribile presentimento.

Appassionato al mondo del fantastico sin da bambino, ai giochi di ruolo e ai manga giapponesi, Gianluca Villano si è presto dedicato alla creazione della terra di Arbor, scenario della sua fervida fantasia.
Per la rivista specialistica “Kaos” ha realizzato descrizioni di mostri per giochi di ruolo fantasy. Nel 2002 ha pubblicato il suo romanzo d’esordio “La Rosa dei Nirb” e ha contribuito alla nascita di un’associazione ludico-culturale, con la quale ha cooperato per la realizzazione di varie edizioni dell’evento fantasy-medievale “I Reami di Arbor”.
Con la Saga della Corona delle Rose si è consacrato con originalità come creatore di mondi straordinari.
Ha la capacità di tratteggiare i suoi personaggi rendendoli estremamente umani, determinando un’immediata empatia con il lettore; riesce a intrecciare storie che hanno un ritmo elevato e coinvolgente, lavorando sull’alternanza tra un vissuto personale, intimo ed una narrazione avvincente di eventi epici.


L’uscita del quinto volume de “La saga della Corona delle Rose” è prevista per i primi di
novembre;

Link d’acquisto: Gianluca Villano su Amazon.it: libri ed eBook Kindle di Gianluca Villano

Spero di avervi incuriosito. Ci rivedremo ancora per parlare di Arbor…

Vi aspetto, come sempre, nei commenti e vi invito a fare un salto nei miei canali social per altre notizie.

https://www.facebook.com/creatoridimondi.net/

https://www.instagram.com/luciacreatori

A presto,

la vostra blogger Lucia.

Articolo in evidenza

13/10/2023 Recensione “Gens Arcana” di Cecilia Randall

Editore ‏ : ‎ Giunti Editore (24 ottobre 2018)
Costo: 6,90 euro
Link d’acquisto qui
Copertina flessibile ‏ : ‎ 752 pagine

Sinossi

Valiano de’ Nieri è un fuggiasco, braccato da nemici umani e sovrumani. Ha rifiutato la primogenitura che l’avrebbe messo a capo della “gens Arcana”, la stirpe segreta padrona della “quinta essentia”, l’etere, il quinto elemento della natura che consente di dominare gli altri quattro – aria, acqua, terra e fuoco – e governare così un potere sconfinato. Potere che qualcun altro ora vuole a qualsiasi prezzo. Nella famiglia Nieri il tradimento ha già colpito e sta per fare strage anche nelle vie della città. Valiano non può più sottrarsi al suo destino. Un fantasy storico appassionante, un viaggio straordinario nella Firenze rinascimentale di Lorenzo de’ Medici e della congiura dei Pazzi.

La mia opinione

“Gens Arcana” di Cecilia Randall è un fantasy storico ambientato nella Firenze del 1478.

La scrittrice, nota per la saga di Hyperversum che ho letto in parte, è capace di trasportare il lettore indietro nel tempo e di ricostruire fatti realmente accaduti intrecciandole a vicende di personaggi nati dalla sua fantasia.

Mentre in “Hyperversum” i personaggi, attraverso un videogioco, venivano trasportati in una Francia medioevale diventando parte della storia, In “Gens Arcana” i personaggi vivono già il loro periodo storico e alcuni di loro possiedono dei poteri magici antichi e potenti.

Il romanzo, come un po’ tutti quelli di Cecilia Randall, è molto lungo. La prima parte è un’introduzione ai personaggi che ci accompagneranno durante la storia e, a mio parere, risulta pesante e un po’ noiosa.

Il protagonista è Valiano de’ Nieri che discende da una famiglia di Arcani, capaci di invocare la quinta essentia, ovvero il quinto elemento, combinandosi con gli altri quattro elementi, quali terra, aria , acqua e fuoco, al fine di controllarli. Tuttavia Valiano, futuro capo degli Arcani, rifiuta questo incarico, sia perché un po’ ribelle, sia perché vorrebbe una vita normale. Quando però il padre muore, e il fratello viene rapito, Valiano deve intervenire per contrastare l’ambizione del malvagio cugino, Folco de’ Nieri, anche lui in possesso dei poteri arcani.

Lungo la sua strada incontra diversi personaggi che diventano i suoi compagni di viaggio: Selvaggia, una ragazza il cui nome calza a pennello e Manente, un mercenario che inizialmente sembra un’uomo duro e incapace di provare emozioni, ma che in realtà si mostrerà in tutta la sua vera natura.

Credo che Manente sia il personaggio meglio riuscito della storia e quello meno prevedibile. Gli altri li ho trovati un po’ piatti e un po’ finti. Gli stessi protagonisti pensano troppo e a volte le loro azioni sono scontate.

La seconda parte del romanzo, invece, si presenta più dinamica e interessante, soprattutto quando la vita dei protagonisti si intreccia con le vicende di Firenze.

Il periodo è quello della congiura dei Pazzi. La Randall descrive e mette insieme la vita dei protagonisti storici di Firenze, la famiglia dei Medici, e le avventure di Valiano, Manente e Selvaggia. La descrizione di ciò che avviene a Firenze durante la congiura è la parte che ho apprezzato di più.

In generale sono poche le scene che mi hanno suscitato emozioni. Forse le mie letture ultimamente cercano qualcosa di più e questo romanzo sembra più adatto ad un pubblico adolescenziale. Nota di merito però va alla “scrittura”: molto accurata, fluida, senza sbavature ed errori.

“Gens Arcana” è il primo di due volumi. Non so se leggerò il seguito, anche se sono curiosa di sapere come si evolveranno le vicende di Valiano, Manente e Selvaggia. Vedremo.

Lo consiglio a chi ama i fantasy storici.

Il mio voto è

3,5 pinguini lettori.

A presto!

La vostra blogger Lucia.

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27-09-2023 Rubrica“ La scrittura e i suoi generi letterari – Parte due – La tecnica del “Mostrato” – “Show, don’t tell”

Ciao amici,

continuiamo a parlare della tecnica del “Mostrato” insieme allo scrittore Massimo Valentini, che mostrerà alcuni esempi molto utili a chi vuole cimentarsi con questa tecnica di scrittura.
Se avete domande o delle idee, scrivete pure nei commenti.

PARTE DUE – LA TECNICA DEL “MOSTRATO – SHOW, DON’T TELL”
DI MASSIMO VALENTINI

Benvenuti alla seconda parte della nostra velocissima carrellata sul “Mostrato”. Oggi vedremo un paio di esempi pratici relativi a tale tecnica di scrittura.
Vi ricordo che il “Mostrato” serve a evitare il “raccontato” ma ciò non significa che questo sia inutile, soprattutto nelle scene di raccordo. In quelle, cioè, dove non è necessario mostrare i personaggi e ciò che fanno, ma solo lo svolgersi degli eventi. L’equivalente cinematografico delle scene “raccontate” sono quelle in cui, ad esempio, il protagonista deve affrontare un viaggio in aereo e la telecamera mostra la sagoma del velivolo sorvolare pianure e montagne fino all’atterraggio. Esattamente come in un romanzo, la scena “raccontata cinematografica” serve da raccordo sulle scene ritenute importanti dal regista per le quali non serve usare molta pellicola (parole, nel caso di uno scrittore!)

In un libro, una scena di raccordo potrebbe essere riassunta molto facilmente:

“L’aereo impiegò due ore per portarmi a destinazione.”

È innegabile che usare il “Mostrato” sia più difficile che scrivere in “Raccontato”. Proprio perché macchinoso obbliga lo scrittore a scegliere con attenzione le scene da descrivere (quindi quelle basilari per la storia) escludendo le altre. Una leggenda metropolitana vedrebbe il “Mostrato” come tratto distintivo di un romanzo composto secondo criteri artistici.” Non è così. Possiamo imparare il “Mostrato” in una qualsiasi scuola di scrittura, anche senza possedere “la stoffa” dello scrittore, perché la differenza tra un romanzo definibile “artistico” e uno mainstream è più sottile e riguarda aspetti che non affronteremo in questa rapida disamina. Padroneggiare il “Mostrato” consente a chiunque di scrivere bene, il ché non è esattamente un vantaggio da poco.

Poniamo il caso che io stia scrivendo una storia che vede come protagonista un anziano. Come detto prima, scrivere in “Mostrato” obbliga lo scrittore e stilare un piano mentale della sua storia al fine di scegliere le scene importanti e scartare le altre. Quindi il nostro autore si porrà, nel caso di un protagonista di una certa età, domande del tipo:

Perché devo far vedere che Marco è anziano?

A cosa serve, per la trama, la vecchiaia?

Come posso far VEDERE al lettore che Marco è anziano?

Potrei forse MOSTRARLO con occhiali spessi, cammina in modo goffo, guida la macchina con particolare prudenza e molti automobilisti lo sorpassano, usa un bastone per i suoi spostamenti a piedi?

Ricordo che scegliere cosa mostrare e cosa raccontare è fondamentale per la buona riuscita di un libro, non importa il Genere al quale appartenga. Un libro scritto in “Mostrato” è qualitativamente irraggiungibile da uno scritto solo in “Raccontato” perché “Mostrare e non raccontare” è uno dei cardini della narrativa. Vediamo ora la differenza tra una scena scritta in Mostrato e la stessa scena scritta in Raccontato. La prima differenza che salta all’occhio è il lavoro di documentazione che l’Autore ha fatto per descrivere quella scena. Non potete mostrare ciò che non sapete, potete solo raccontarlo. Esempio:

“Giovanna si è seduta nella cabina dell’F-16 e ha fatto decollare l’aereo.”

È chiaramente raccontato. All’Autore non importa (e non sa) nulla di come si pilota un caccia e si vede.

Poniamo invece la stessa scena in Mostrato

“Giovanna sedette nel cockpit dell’F-16. Collegò il suo corpo al seggiolino eiettabile fissando bene i terminali del sistema di sicurezza e azionò l’interruttore di avviamento. Il motorino si accese con un sibilo. Giovanna ne poteva vedere la pressione sull’apposito quadrante alla sua sinistra. Attivò la radio e impostò la piattaforma inerziale. L’hud si accese a nuova vita, mostrando le indicazioni di quota e velocita, ora sullo zero. Col propulsore al venti per cento della potenza la ragazza ruotò la manopola dell’acceleratore spostandola sul fermo del minimo. Il motore raggiunse il cinquantacinque per cento della potenza con un latrato, i ruotini si mossero e lei sentì la spinta del singolo F-404 sulla schiena. Controllò il pannello delle armi. Sei missili a medio raggio AMRAAM C-6 e due Sidewinder a breve raggio sulle tip alari. Il carico di missione era completato da due taniche da 300 galloni. Soddisfatta, Giovanna attivò il radar di bordo e agì sulla cloche pe portare l’F-16 dal raccordo alla pista di decollo. Era pronta.”

Come vedete, se volete mostrare qualcosa dovete documentarvi. Va bene, è più difficile, ma diciamo le cose come sono: è anche molto meglio!

Massimo Valentini

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19-09-2023 Rubrica“ La scrittura e i suoi generi letterari: la tecnica del “Mostrato” – “Show, don’t tell”

Ciao a tutti,

oggi mi rivolgo sia ai lettori che agli scrittori, come vi avevo anticipato in un precedente articolo, riprende la rubrica “La scrittura e i suoi generi letterari” in collaborazione con lo scrittore e divulgatore Massimo Valentini, autore de “Il sogno di Nova“, romanzo di fantascienza. Se nelle puntate precedenti abbiamo parlato di generi letterari, adesso inizieremo a parlarvi di alcune tecniche di scrittura. In questo articolo, che sarà sviluppato in più parti, vi parliamo del “Mostrato”, una tecnica pseudo-moderna che a mio parere, permette al lettore di immaginare di più e quindi di far funzionare meglio il cervello.
Lascio la parola a Massimo Valentini e, come sempre, aspetto i vostri commenti.

LA TECNICA DEL “MOSTRATO – SHOW, DON’T TELL”
DI MASSIMO VALENTINI

“Mostrare e non raccontare” (in inglese “Show, don’t tell”è il nome di una tecnica narrativa che serve agli scrittori perché evitino l’astratto in nome del concreto. È letteralmente la base della tecnica narrativa, soprattutto per quel che concerna la Narrativa Fantastica, quella che nel mondo anglosassone è chiamata “Speculative Fiction” (e quindi Fantascienza e Weird in primis) ma non solo. Con questa breve panoramica vorrei aiutare chi legge a capire i rudimenti di questa basilare tecnica di scrittura. Ma partiamo con ordine…

“Il Mostrato” è antico, molto antico. Le sue origini sono vecchie di qualche secolo e parlano la lingua giapponese. Il primo accenno sullo “show don’t tell” lo dobbiamo infatti alla felice intuizione di Sugimori Nobumori (Kyoto, 1653 – Osaka, 1725, anche noto come Chikamatsu Monzaemon) un drammaturgo noto nell’ambito del Teatro Kabuki e dello Joruri, ma che scriveva anche narrativa. Quando doveva spiegare a un allievo quale fosse il modo migliore perché un attore potesse far capire al suo pubblico le emozioni Nobumori-san così rispondeva:

…Si crea emozione quando tutte le parti sono controllate da una disciplina; più nette e precise sono parole e melodia, più si creerà un’impressione di tristezza. Per questa ragione, quando qualcuno dice che qualcosa di triste è triste, si perde l’impressione di tristezza che è minima. È essenziale che non si dica che qualcosa “è triste”, ma che la cosa sia triste in sé. Per esempio, quando si elogia un luogo rinomato per il suo paesaggio come Matsushima, dicendo: “Ah, che bella vista!” si è detto quello che si potrebbe dire sul paesaggio, ma senza creare emozione. Se si vuole lodare il paesaggio e si dicono diverse cose indirettamente riguardo il suo aspetto, la bellezza del paesaggio emergerà da sola, senza che si debba dire: “Che bella vista.”

Il signor Nobumori, (che in seguito sarà ricordato come “lo Shakespeare giapponese” per il suo capolavoro Kokusenya Kassen, “Le battaglie di Coxinga”, 1715) aveva in pratica dato una definizione perfetta del Mostrato. Talmente buona che ancora oggi è una valida traccia per scrivere usando questa tecnica.

In Occidente uno dei primi a riscoprire questa tecnica di scrittura fu l’abate George Campbell che scrisse nel 1750 “The Philosophy of Rhetoric”, un voluminoso saggio col quale spiegava gli stessi concetti di Nobumori-san ma in modo meno poetico. Ecco un estratto del suo lavoro:

“Niente può rendere vivida la narrazione quanto l’uso di parole specifiche nel loro significato, come meglio si adatta alla natura e allo scopo del discorso. Più i termini sono generici, più l’immagine è sbiadita; più i termini sono specifici, più l’immagine è vivida.”

Anche Campbell, quindi, anche se non diretto come il giapponese, sapeva bene cosa fosse il Mostrato.

Qualche esempio

Abbiamo già detto che il Mostrato privilegia i dettagli concreti invece di quelli generici. Ma a cosa serve? Essenzialmente a evitare il “Raccontato” ossia le descrizioni generiche che non rendono giustizia ai dettagli di una storia.

Se io scrivo: “Giovanna è una ragazza giovane.”

Il termine “giovane” è astratto quindi è “raccontato”.

Come si fa a volgerla in “mostrato”?

Così: “Giovanna ha la pelle liscia, i capelli neri e lucidi, ama gli One direction, indossa spesso mini rosa pastello e il suo ultimo film visto è “Me contro te.”

Questa frase non è niente di trascendentale ma è già più ricca di un semplice “Giovanna è giovane” perché la MOSTRA MEGLIO: dunque ci troviamo di fronte al “Mostrato”. Se Giovanna fosse vecchia la descriveremmo nell’atto di scendere faticosamente una scala, curva, magari col fiatone. E naturalmente il suo volto sarebbe rugoso.

Ma perché il mostrare è preferibile al raccontare?

Perché il cervello umano, se nutrito da dettagli concreti, “vive” le situazioni descritte. In pratica grazie a questa tecnica il cervello si cala nella storia col raccontato che invece non garantisce la stessa risposta emotiva, non trascina il lettore. Per apprezzare appieno un libro scritto in Mostrato non serve conoscerlo perché 100 pagine scritte in questo modo sono istintivamente preferite dal nostro cervello ad altrettante di “raccontato” che può risultare noioso anche a un neofita. Per il momento ci fermiamo qui ma nella prossima puntata vedremo altri esempi più mirati e vedremo in che modo il “Mostrato” aiuti l’Autore a evitare vari errori tipici dei neofiti e non solo.

A presto!

Massimo Valentini.

N.B. Se avete pareri o curiosità, lasciate pure un commento.

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15/09/2023 Recensione “Una ragazza d’altri tempi” di Felicia Kingsley

Editore ‏ : ‎ Newton Compton Editori (5 settembre 2023)
Lingua ‏ : ‎ Italiano
Link d’acquisto qui
Copertina rigida ‏ : ‎ 512 pagine

A chi non piacerebbe vivere nella Londra di inizio ’800, tra balli, feste e inviti a corte? Di certo lo vorrebbe Rebecca Sheridan, perché a lei il ventunesimo secolo va stretto: vita frenetica, zero spazio personale e gli uomini… possibile che nessuno sappia corteggiare una ragazza?
Brillante studentessa di Egittologia e appassionata lettrice di romance Regency, Rebecca ama partecipare alle rievocazioni storiche in costume e, proprio durante una di queste, accade qualcosa di inspiegabile: si ritrova sbalzata nella Londra del 1816. Superato lo shock iniziale, realizza di avere un’opportunità unica: essere la debuttante più contesa dagli scapoli dell’alta società, tra tè, balli e passeggiate a Hyde Park. Mentre è alla ricerca del suo Mr Darcy, attira però l’attenzione dell’uomo meno raccomandabile di Londra: Reedlan Knox, un corsaro dal fascino oscuro e dalla reputazione a dir poco scandalosa. Insomma, il genere d’uomo che una signorina per bene non dovrebbe proprio frequentare. Ma quando Rebecca scopre segreti inconfessabili e trame losche dell’aristocrazia, il suo senso di giustizia le impone d’indagare…

Oggi vi parlo di Terzo libro che leggo di quest’autrice. La trama mi ha attirato da subito: viaggi nel tempo, una Londra del 1800, la ricerca di un mister Darcy, la presenza di un corsaro e una studentessa che studia l’antico Egitto. Posso già anticipare che non sono stata affatto delusa. È stata una lettura coinvolgente dalla prima all’ultima pagina. Non riuscivo a staccarmene.

La protagonista è Rebecca Sheridan, una giovane studentessa di egittologia che vive a Londra, orfana e senza molti soldi. Sogna però di vivere nel passato e in particolare nel periodo della Regency.

Per fare un breve ripasso storico il periodo della Regency è il decennio 1811-1820  e prende il nome dalla reggenza del Principe di Galles, Giorgio Augusto Federico. Ci troviamo in un periodo storico felice per gli inglesi dopo la vittoria contro Napoleone.

Per puro caso Rebecca si trova catapultata proprio nella Londra del 1816, data scelta non a caso dall’autrice.

Tutto avviene in modo così rapido che anch’io mi sono sentita confusa. Stare nel passato però non è proprio come lei sognava, la realtà è differente e di molto, soprattutto per una giovane debuttante in cerca di marito come lei. Per le donne non è facile vivere in una società di altri tempi, soprattutto se si ha la lingua lunga e non si riesce a stare al proprio posto. In questo tempo è necessario: stare attente e non morire, non ammalarsi e godersi la vita mondana. Ma tutto diventa difficile quando all’improvviso un crimine sconvolge l’aristocrazia di Londra e la vita stessa di Rebecca. Ma non è solo questo a sconvolgere Rebecca perché arriva nella sua vita Reedlan Knox, il suo bello poco raccomandabile vicino di casa.

La protagonista dovrà fare una scelta: rimanere nella Londra del 1816 o ritornare nel suo tempo, ma prima dovrà risolvere un omicidio e non lascerà Londra prima di averlo risolto.

“Una ragazza di altri tempi” è un romance storico , ma anche un mistery, veloce, dinamico e mai noioso. Il periodo della Regency non è tutto balli, abiti sontuosi e luci, ma intrighi, relazioni, tradimenti in cui la donna è trattata dagli uomini come una merce di scambio.

Ci sono momenti della storia in cui l’autrice ci mostra una Londra sbagliata, quella dei bassifondi, delle prigioni e dei manicomi, dove a chi è rinchiuso vengono fatte delle cose inimmaginabili e spaventose.

Attraverso questo viaggio nel passato si mette a confronto il passato e il presente della donna; quanta strada è stata fatta e quanta ancora se ne deve fare.

Felicia Kingsley si dimostra di nuovo bravissima nel creare un personaggio perfetto, a raccontare una storia frizzante, ma allo stesso tempo fedele al periodo storico che racconta. Riesce a farci innamorare dei protagonisti: Rebecca e Reed.

Questa volta il personaggio maschile mi è piaciuto molto, oltre ad essere bello e affascinante, come lo sono solitamente i protagonisti maschili della Kingsley, è un uomo che a prima vista può spaventare, ma via via che si va avanti con la storia mostra tutta la sua forza, il suo coraggio e il suo animo buono.

Sul viaggio nel tempo avrei da dire qualcosa, forse troppo rapido, ma in fondo non è un romanzo di fantascienza, dove le spiegazioni devono essere accurate, basta poco per spiegare cosa è successo a Rebecca e come tutto sia stato possibile. Una piegatura del tempo? Ok l’accetto. Poche parole e la storia prende vita in una lontana Londra del 1800.

Il finale, invece, mi ha un po’ confuso. Forse troppo frettoloso e poco chiaro su alcuni aspetti.

Ovviamente non mancano le scene esplicite, poche ma buone, che danno un tocco hot alla storia, quindi lo consiglio ad un certo tipo di pubblico.

Questo romanzo di ben oltre quattrocento pagine, ha tutto: avventura, amore, passione, amicizia, coraggio e una buona dose di humor che rendono le storie della Kinsley incantevoli.

Ho scoperto quest’autrice lo scorso anno e dei romanzi che ho finora letto, questo va in cima alla classifica per la storia in sé e per i personaggi. Anche stavolta Felicia Kingsley mi ha fatto sognare e mi ha regalato il piacere della lettura.

Il mio voto è:

4,5 pinguini lettori.

Se vi va, lasciate pure un commento. Mi fa sempre piacere.

Ringrazio la casa editrice per la copia digitale.

A presto,

la vostra blogger Lucia.

Alcune immagini sono prese da internet e costituite da materiale largamente diffuso. Qualora il loro uso fosse soggetto a diritto d’autore, provvederò alla loro pronta rimozione in seguito alla segnalazione via email.


Felicia Kingsley La regina del romance italiano
È nata nel 1987, vive in provincia di Modena e lavora come architetto. Con la Newton Compton ha pubblicato Matrimonio di convenienza; Stronze si nasceUna Cenerentola a ManhattanDue cuori in affittoLa verità è che non ti odio abbastanzaPrima regola: non innamorarsiBugiarde si diventaNon è un paese per single (i cui diritti sono stati opzionati per una trasposizione cine-televisiva); Ti aspetto a Central Park; Una ragazza d’altri tempi; i romanzi brevi Il mio regalo inaspettato Appuntamento in terrazzo e la novella Innamorati pazzi. I suoi romanzi sono pubblicati in dodici Paesi. Ha inoltre ideato il diario di lettura Booklover.